Birmania

Da parecchi giorni ormai la Birmania è scomparsa dalle prime pagine dei media e inevitabilmente pian piano non se ne parlerà più.

È sempre così, la repressione paga sempre, si solleva un gran polverone nell’immediato, ma poi la cronaca quotidiana fa dimenticare quel che è accaduto.

E poi ci sono gli affari. Oggi come oggi la cosa più importante è mantenere vivi e floridi gli affari.

Ma vediamo come stanno andando le cose, tanto per non perdere il filo.

Ovviamente la giunta militare in Myanmar fa tutto quanto in suo potere per reprimere duramente e definitivamente la protesta. E non manca di inscenare il solito teatrino che ogni buon regime ha pronto in repertorio: manifestazioni a favore del governo.

D’altra parte non ci si poteva aspettare altro, anche se confesso che una minima speranza in una repressione meno dura, per via della pressione internazionale, l’avevo avuta, ma era un’illusione.

Non vedo altre strade, a livello personale, dell’uomo comune, se non quella di continuare ad esercitare pressione sui nostri governi, e sulle company, affinchè a loro volta cerchino di far pressione sul regime di Myanmar. Non che si possa ottenere moltissimo, temo.

Purtroppo, come dicevo, gli affari sono al di sopra di tutto e così le sanzioni che sono state annunciate o che sono in corso di preparazione, non vanno a colpire il cuore del portafogli del regime. Gli europei infatti hanno predisposto sanzioni poco più che simboliche, tralasciando i grandi business del petrolio e del gas dove gli europei, con la Total ad esempio, hanno grandi interessi. E non c’è da dimenticare che ultimamente anche un altro paese manifesta sempre più apertamente la sua antica natura, mai del tutto dimentica: la Russia, ben lungi dall’essere democratica e sempre pronta a ribadire la sua voglia di potere.

Resto sempre dell’idea che fare qualsiasi cosa, nella speranza che serva a migliorare anche di poco la situazione, sia molto meglio che non fare niente, anche se sono d’accordo con chi ritiene insufficiente un’azione che si limiti alla pura protesta.

Ci sono numerose iniziative di pressione, come quella di Human Rights Watch alla Cinal’appello di Amnesty, la giornata di preghiera dei religiosi francesi.

Penso però che l’azione che più di ogni altra avrebbe la possibilità di dare qualche risultato è quella di boicottare le Olimpiadi del 2008. La Cina infatti è davvero molto implicata con il regime e potrebbe, volendo, modificare almeno un poco la situazione.

Ma per far si che questo boicottaggio venga intrapreso a livello nazionale e non solo personale è assolutamente necessario tenere viva l’attenzione sul Myanmar.

Meglio ancora sarebbe riuscire a rovinare gli affari al regime, proprio su quei campi dove arriva la gran parte dei soldi, come petrolio e gas. Purtroppo però qualsiasi boicottaggio europeo o americano, ammesso che noi si riuscisse a convincere i nostri governi a farlo, verrebbe vanificato dalla Cina, che al momento non avrebbe certo difficoltà a sostituirsi agli occidentali in quegli affari.

Di nuovo quindi sembra che l’unica strategia con un minimo di possibilità sia quella che passa dalla Cina e probabilmente la leva più forte è quella delle Olimpiadi.

By | 2016-10-19T09:38:31+00:00 ottobre 20th, 2007|Blog, Personale|0 Comments

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