Porta sempre con te un po’ di luce

https://www.flickr.com/photos/turyddu/with/4256945585/Ho scritto questo testo qualche giorno fa, dal cellulare, ed è rimasto lì in attesa che avessi voglia e tempo di pubblicarlo. In realtà di tempo ne bastava poco, un minuto, forse meno. La voglia è arrivata ieri sera, l’ho schedulato per oggi. Buona lettura.

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Oggi è giornata di controlli medici, solo l’ennesima di una lunga serie, una delle tante, neanche di quelle stressanti. Più che altro oggi è routine. Qui, dove dieci anni fa mi operarono, devo venire più o meno ogni 12 o 18 mesi. È il protocollo, serve per non abbassare la guardia, ma anche per contarci, noi sopravvissuti.

Arrivo presto in ospedale, ma qui c’è già tutto un fervore di attività. Non dorme mai davvero l’ospedale, e comunque anche se lo fa, si sveglia prestissimo. Una breve fila per farmi dare il numero della coda vera. Una piccola inevitabile attesa, per questo vengo presto, e infine ho in mano il mio foglio, sono pronto per la visita.

Scendo al piano di sotto, seguendo una striscia colorata che mi porta a destinazione. Rispetto all’ultima volta hanno spostato il bancone ma le stanze per le visite sono le stesse. Cambia sempre qualcosa, ogni volta, nell’ambiente o, più spesso, nelle procedure. Per quanto sia arrivato presto, c’è già qualcuno che aspetta. C’è sempre qualcuno che si alza prima di te, ma dei presenti solo uno è lì come me per la visita di urologia. Non ci sono ancora i numeri da prendere, arriverà l’infermiera alle otto, non prima, altrimenti la gente verrebbe a prendere il numero di notte. Magari per poi rivenderseli, come succede allo stadio.

Arriva pian piano altra gente. Qualcuno da solo, come me, pochi in compagnia della moglie. A urologia la prevalenza di pazienti maschi è assoluta, siamo noi il sesso debole da queste parti.

Arriva l’infermiera con i numeri, li distribuiamo in ordine di arrivo. Io sono il due, oggi in pool position. Comincia ora l’attesa vera, quella che i medici arrivino finalmente dal reparto, per dedicarsi a noi dell’ambulatorio. Qualcuno si lamenta, qualcuno mugugna, qualcuno ha voglia e bisogno di parlare, per distrarsi o cercare conferme.

C’è un signore più o meno della mia età, forse qualche anno in più, con la moglie che gli gravita intorno, quasi come un suo satellite. Li guardo e mi fanno tenerezza. Si percepisce l’ansia, la preoccupazione e, sopra tutto questo, l’affetto che li lega. Non ci si può sbagliare, quando ci sei passato basta poco per riconoscersi. Ci vuole poco per provare un moto di affetto.

Mi avvicino e con una scusa banale attacco discorso. Lui si è appena operato, lei è preoccupatissima ma fa finta di no, nessuno dei due ha ancora il coraggio di sperare. Distrattamente racconto. Sono dieci anni che mi hanno operato, così e cosà, spiego che i controlli sono solo routine e mi mostro sereno fingendo una sicurezza che in realtà non ho. Bastano poche chiacchiere, sentire raccontata la salvezza, e sui visi dei due sposi si intravedono dei tiepidi sorrisi. Forse cominciano a crederci.

Mi chiamano, è arrivato il mio turno. A ricevermi non c’è il solito medico, ancora trattenuto in reparto, ma la dottoressa giovane che gli faceva da spalla l’anno scorso, probabilmente una specializzanda. Lei non può ricordarsi di me, ma io la ricordo bene. Ora è molto più sicura di sé, si vede che l’anno trascorso è stato fruttuoso. Mentre mi fa le domande di routine ed esamina le mie analisi e il referto della TAC rifletto sul fatto che prima di lei non avevo mai incontrato un’urologa in ospedale. Immagino che ora ce ne saranno comunque molte altre, ma questa è stata a lungo una specializzazione dove le donne non erano molto presenti. Considero un fatto positivo che lei abbia fatto questa scelta e questo suo essere un pochino contro corrente me la rende simpatica.

Il colloquio è veloce, va tutto bene, ogni cosa è rimasta al suo posto e non sembra che nessuna delle mie preziose parti interne manifesti brutte intenzioni nell’immediato. Quando arriva il momento di fissare l’appuntamento successivo la prospettiva è quella di una TAC a 18 mesi. Le chiedo se posso evitarmi questo esame sempre un po’ invasivo e che comincia a pesarmi. Contrattiamo per una visita a 12 mesi, con semplici ecografie e una lastra.

Esco dallo studio soddisfatto, probabilmente con un sorriso stampato in faccia. Incrocio i due innamorati che stanno invece per entrare. Lo sguardo che ci scambiamo non ha eguali. Vi auguro di non scoprirlo mai, ma se vi capiterà, capirete. Per ora diciamo che un po’ della fiducia che portavo con me in qualche modo loro l’hanno raccolta.

Uno scambio in cui tutti e tre abbiamo guadagnato qualcosa.

Sono quasi le dieci, guido verso il lavoro, la giornata ha preso una piega positiva.

Prendo mentalmente un appunto, una raccomandazione 2a me stesso, da usare ogni volta che posso.

Porta sempre con te un po’ di luce.

By | 2017-03-02T15:08:55+00:00 marzo 2nd, 2017|Blog|0 Comments

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