Miao miao, bau bau, personaggi animali, robe per bambini e altre magagne

Non capita necessariamente a tutti gli autori, ma può accadere, per scelta o per caso, di dover scrivere storie che hanno come protagonisti uno o più personaggi animali. Avrete capito che ne parlo perché sta capitando proprio a me e chi mi segue da tempo può ricordare anche di cosa si tratta, visto che ne ho parlato spesso in passato.

Dopo una prima fase di scrittura spensierata, come sempre quando la massa di lavoro accumulato comincia a diventare significativa, arrivano i dubbi. A frotte, a brigate, a rompere la spensieratezza e non solo quella.

Un modo divertente e forse anche efficace di esorcizzare i dubbi, o di farsene venire molti altri, è quello di condividerli. Non tanto per trovare soluzioni universali, quanto perché ci si accorge che di soluzioni in realtà ve ne sono molte e tutte sono opinabili.

Il principale dubbio che mi assale in questo frangente è questo: un personaggio animale, quanto può essere umanizzato e quanto invece deve essere trattato in maniera differente? L’istinto mi dice che non esiste una risposta univoca, che molto dipende da cosa si sta scrivendo, soprattutto dal nostro target di lettori: adulti, ragazzi, bambini. Forse dipende anche dal genere letterario, che è un altro modo per dire che dipende dal lettore, da cosa si aspetta.

Nel mio caso l’animale è un gatto, all’apparenza normale ma dotato di qualche peculiarità. Il genere temo sia da individuare in un qualche ramo sperduto del fantasy, ma come sempre non sono in grado di scrivere qualcosa che stia comodamente collocato in uno scaffale. Si tratta come dicevo di un gatto, anzi di una gatta, personaggio che è insieme narratore e protagonista.

Il gioco, per come la vedo io, è quello di trovare l’equilibrio giusto tra l’umanizzazione, che è inevitabile in questo contesto, e la necessità di mantenere nel personaggio caratteristiche feline riconoscibili dal lettore come tali.

Miagolai commossa. Quando un umano sente il bisogno di darti un nome vuol dire che sei importante. Un nome rappresenta un legame e se qualcuno si vuole legare a te è evidente che hai già un posto nel suo cuore. Mentre pensavo questo lei mi stava osservando concentrata, con gli occhi ridotti a sottili fessure.
– Non lo so ancora il tuo nome, sarai tu a farmelo capire.
E se tutto il resto non fosse bastato, in quel momento compresi che Olga, di gatti, ne capiva davvero.

Troppo umanizzata? È una necessità che deriva dalla scelta di farne il narratore principale.

Troppo felina? O troppo poco? Troppo infantile o va bene anche per gli adulti? Domande cui non è facile rispondere, almeno per me. Non si tratta solo di un problema di stile, anche i contenuti possono creare qualche problema di identificazione dei target. Per certi casi si può fare un tentativo e operare su più livelli, ma non è una cosa che possa essere presa alla leggera e le possibilità di fallimento sono significative.

– Buongiorno! – strillò la ragazzina entrando.
– Benvenuta signorina – rispose con garbo la mia amica – posso esserti utile?
– Volevo scambiare la mia bambola – disse lei dopo aver esitato un istante.
– È una bella bambola.
– Non la voglio più! – rispose stizzita la ragazzina, gettandola sul bancone.
Olga la prese per esaminarla e la rigirò più volte tra le mani. Lo scambio di battute aveva attirato la mia attenzione, così smisi di fingere il sonno e alzai la testa per guardare. La bambola di pezza era molto bella, colorata e dava l’impressione di essere morbida. Alle mie narici arrivava un vago odore di lavanda.
– Mi sembra ancora in buone condizioni…
– No! Non va più bene, è da buttare, un mostro l’ha rovinata.
Olga sgranò gli occhi e fissò la ragazzina in volto. – Un mostro? Racconta!
La bambina scosse la testa: – Fa paura! – Poi abbassò la voce. – Viene di notte e fa cose brutte alla bambola. Io non voglio, ma il mostro è forte e grande e io non sono capace… e poi nessuno mi crede… – Due lucciconi spuntarono nei suoi occhi. Olga la interruppe. – Ho capito, bisogna mettere al sicuro… come si chiama la bambola? – La bimba si asciugò gli occhi: – Evelina. – E tu come ti chiami invece? – Linda, Linda Alina Copperdeaf – rispose seria la piccolina.

Giocare su più piani può dare soddisfazioni e qui siamo proprio di fronte a un mio tentativo di operare su strati sovrapposti. Un bambino probabilmente percepirebbe in questo testo una problematica ben diversa da quella che può essere intuita dalla mente più smaliziata e pronta a cogliere gli indizi di cui è dotato un adulto. Rimane il fatto che c’è una categoria di bambini a cui il messaggio potrebbe arrivare comunque, quelli che hanno lo stesso problema di Linda, le molestie da parte di un adulto. Ma in questo caso far emergere il segreto, per quanto doloroso, credo sia un bonus positivo. La domanda in certi casi è questa: può essere considerato adatto ai bambini o ai ragazzi uno scritto dove, velatamente o meno, si trattino argomenti di questa delicatezza?

La risposta non la so, ma so per certo di cosa voglio parlare quando scrivo e dunque non ho scelta, se non quella di considerare quello che faccio sempre e comunque un prodotto destinato agli adulti o ai ragazzi giù grandi. Resta poi da capire se un adulto possa trovare soddisfacente questa lettura, se non la trovi troppo fanciullesca. Ma a mio modo di vedere anche questo può andare bene, perché ho sempre pensato di scrivere cose per qualcuno che abbia voglia di venirmi dietro con il bagaglio leggero, la mente aperta e voglia di abbandonarsi alla fantasia. Qualcuno che al tempo stesso non disdegni di fermarsi di tanto in tanto a pensare, ma che non abbia ancora ucciso il suo fanciullo interiore.

Strisciai dentro il cespuglio, non era molto grande e in pochi passi, ventre a terra, fui dall’altro lato. C’era una radura coperta di erba alta e fiorita, senza aspettare oltre caricai il peso sulle zampe posteriori e spiccai il salto, decisa ad atterrare proprio al centro dello spiazzo. Mentre ero in aria ammirai i colori di quei fiori meravigliosi. Non ne avevo mai visti di simili.
Infine atterrai nell’erba morbida e… i fiori si alzarono in volo.
Miciobello intanto era arrivato e, invece di saltare al centro come me, aveva cominciato a correre in cerchio.
Tutto intorno a me centinaia di fiori colorati si sollevarono leggeri nell’aria. Li fissavo imbambolata, erano bellissimi, si muovevano rimanendo in volo mentre i loro colori mutavano con il movimento in maniera irreale. Poi il mio amico gattone mi raggiunse e si fermò accanto a me. Piano piano i fiori cominciarono a scendere e si posarono di nuovo sul prato.
Lui mi guardava divertito: – Ti piacciono? – chiese alla fine.
– Sì, sono meravigliosi, non avevo mai visto fiori che volano.

Umanizzare i gatti mantenendo tuttavia le loro peculiarità. La nostra gatta è cresciuta in città, quasi sempre al riparo in appartamento, mentre per il gattone che vive in campagna la natura non ha segreti. Il comportamento è felino, ma in fondo la problematica si presenta identica nell’essere umano. Dovrebbe essere quindi facile miscelare le due cose cercando di far immedesimare chi legge. In realtà sono pieno di dubbi proprio sulle scelte principali fatte fin dall’inizio. C’è ancora molto lavoro da fare e dopo una lunga pausa vorrei sbloccarmi, ma mi dovrò rassegnare a ripartire senza avere certezza alcuna, se non quella che le cose non sono mai così semplici come noi vorremmo.

Come sempre riflessioni e commenti sono benvenuti, che vengano da lettori o scrittori non importa.

By | 2017-04-07T17:00:06+00:00 aprile 7th, 2017|Blog|0 Comments

Leave A Comment

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi